Giugno, 1999. È l’anno in cui Hugo Chavez diventa presidente del Venezuela (leggasi: dittatore), nasce ufficialmente l’euro (doh!), La Vita è Bella vince 3 Oscar (“RoBBerto!”), alla Columbine School qualche pazzo squilibrato gioca a fare il Cowboy ammazzando 15 persone (fatto che ha spinto quel grassone di Michael Moore ad ammaliarci con i suoi documentari), nasce l’ora utilizzatissimo MSN Messenger (che rovinerà le carriere scolastiche di innumerevoli teenager), Valentino Rossi vince il titolo della 250 (rendetevi conto di quanti anni sono passati…) e Tonga entra nell’ONU (sticazzi! Ma mi sembrava simpatico da mettere come ultimo evento). Nonostante questa sfilza di eventi storici, forse (e che dico forse, diciamo piuttosto: “sicuramente”) l’evento più importante è l’uscita di The Matrix. Sì, The Matrix (scriverlo non è così bello come dirlo ad alta voce con accento yankee, peccato), scusate se è poco. È soltanto uno dei film di fantascienza più importanti della storia. Fino a quest’anno era anche l’ultimo film di fantascienza decente uscito nelle nostre sale cinematografiche (mi spiace Spy Kids, decente non è una parola che mi sia permesso usare accostata a te).
L’uscita di The matrix stravolge per sempre il cinema di fantascienza, stabilendo un nuovo standard di qualità per qualsiasi film del genere. Nel frattempo, rovina anche per anni il genere d’azione. Le scene al rallentatore di Matrix che, oltre ad essere estremamente “fighe”, avevano anche un senso (Neo poteva rallentare la realtà virtuale grazie ai suoi poteri da eletto) in qualche modo, spingono tutti i registi di qualsiasi film d’azione a scopiazzarle, anche se non c’entrano una mazza nel contesto della storia e quasi sempre non sono assolutamente giustificate nella sceneggiatura come lo erano nel film dei fratelli Wachowski. Purtroppo, non è questo l’unico effetto negativo di un film che ha fatto la storia del cinema. Tra i più notevoli effetti collaterali potremmo elencare Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, i sequel che non hanno accontentato nessuno. A me, personalmente, non sono dispiaciuti [anche se dopo averli visti al cinema per qualche strano motivo non ho più avuto voglia di vederli (un brutto segno)] ma, oggettivamente, The Matrix doveva finire con Neo che vola via dopo il suo messaggio minaccioso per le macchine e di speranza per gli uomini non c’è proprio discussione su questo punto. Anche se vi sono piaciuti i sequel ammetterete che il finale del primo era perfetto così com’era. Bisogna ricordare anche quella spiacevole voce di corridoio secondo la quale Larry Wachowski aveva cambiato sesso. “Soltanto una voce infondata”, sosteneva Joel Silver, produttore dei film di Matrix ed altre pellicole dei suddetti fratelli. Già, le voci infondate, brutta storia. Mi chiedo cosa sia stato a spargerla però…mm…potrebbe essere forse il fatto che a Larry Wachowski piace vestirsi da donna? No, sicuramente mi sbaglio.
Comunque, sto divagando. Era il 1999 quando uscì The Matrix. Oggi, nel 2009, è finalmente uscito un film di fantascienza degno di questo genere: District 9. Ci sono voluti 10 anni, una decina di tentativi falliti [sì, sto parlando di te, “Battlefield Earth” (notate il voto che ha su IMDB. Devi proprio essere un film di merda se riesci ad avere un voto peggiore di “High School Musical”) e una produzione sudafricana per riuscire nell’impresa di sfornare un gran film sci-fi.
District 9 è un gran bel film. Forse non un capolavoro, ma di certo un film fantastico. La regia, la recitazione (ricordate: sono tutti attori sudafricani sconosciuti) e, soprattutto, gli effetti speciali (tanto eccezionali come poco invasivi) sono a livelli stratosferici. Aggiungeteci l’intelligente uso del marketing (guardate qua) e un budget bassissimo per i tempi che corrono (30 milioni di dollari sono pochi se pensate che quella cagata di Transformers aveva un budget di 200 milioni) e siamo di fronte ad un film quasi epocale. Ora non ci resta che sperare che non ce lo rovinino con un sequel o (dio ce ne scampi!) una trilogia.
Passando invece all’Album della settimana, stavolta tocca ai Mars Volta. Gruppo americano prog rock (prog metal? Alternativ rock? Nu-Metal? Boh) che ha fatto irruzione sulla scena internazionale con il magnifico De-loused in the Comatorium (consigliato precedentemente in questo sito ). Oggi vi consiglio The Bedlam in Goliath, il loro quarto album. Non è ai livelli di De-Loused, semplicemente perché codesto è un disco irripetibile, ma è probabilmente il loro secondo miglior disco. Dopo il debutto infatti, a mio parere, si sono persi in manierismi prog e quelle che a me piacciono definire “seghe mentali musicali” (canzoni di 10 e passa minuti tanto per il gusto di farle durare così a lungo con assoli senza capo ne cosa e “jam sessions” che non lasciano alcun segno sull’ascoltatore).
In questo album invece si possono ritrovare delle sonorità che sono state all’origine del gruppo, quelle degli At The Drive In, band degli anni ’90 in cui suonavano i fondatori dei Mars Volta: Cedric Bixler-Zavala e Omar Rodriguez-Lopez. Sonorità che si uniscono perfettamente a quelle più prog dei Mars Volta di De-Loused in the Comatorium, senza perdersi in innecessari fronzoli ultra-prog. Al contrario di Frances the Mute, secondo album della band, in questo album le canzoni si mantengono su un ritmo forsennato dall’inizio alla fine. Si può quasi sentire l’eco degli At the Drive In e la bellissima “Cosmonaut” dell’album “Relationship Of Command” in alcune parti di “The Bedlam in Goliath”.
Comunqe, se non conoscete i Mars Volta ascoltatevi prima “De-Loused in the Comatorium”. Se invece già li conoscevate ed eravate rimasti delusi da “Frances de Mute” e “Amputechture” date gli un altra possibilità ascoltando quest’album. Anche perché, anche con le seghe mentali musicali che gli piace tanto farsi, sono comunque una delle migliori band del primo decennio del 21esimo secolo.




